IL VALORE PUBBLICO DELLE NOTIZIE

 

Se la separazione tra spazio pubblico e spazio privato si è perduta negli anfratti del tempo tecnologizzato, occorre ridare valore pubblico alle notizie, fuori dalle grinfie dei dettami commerciali e degli imperativi politici. Le storie di vita ad esempio diventano un modello esplicativo della realtà se raccontate attraverso il loro valore pubblico. Allo stesso modo la distanza siderale che c'è tra la realtà dei cittadini e quella raccontata dai giornali è la medesima distanza che c'è tra l'azione dei governi e i bisogni della gente. La rivoluzione del web consente quantomeno di mettere mano al primo dei problemi della nostra società: permettere al giornalismo di riappropriarsi dei suoi innati valori di cittadinanza.

LE CITTA' IN MOVIMENTO

 


 

Viaggio oltre il senso del luogo, 

alla scoperta dei temi sociali, 

dentro i mondi urbani del nostro tempo 

 

 

 

I Social Reportage redatti all'interno del magazine Radio Cento Mondi, sono stati prevalentemente realizzati, per ciò che concerne le città non italiane, sulla scia di progetti internazionali sul tema dell’inclusione sociale nelle città, accolti dentro il  progetto editoriale on-line “Radio Cento Mondi.

 

La costruzione del modello narrativo legato al “Social Reportage”, così come lo abbiamo specificatamente ridefinito, si sviluppa attraverso il tentativo di individuare una chiave di lettura che permetta di entrare dentro il senso della città, scoprendo la sua significazione nella dimensione quotidiana in movimento. Cioè, nel momento in cui la città si muove diventa possibile intercettare, nelle sue varie forme ed espressioni, quelle assonanze che costituiscono il contenuto di senso della stessa. Ecco perché l’angolo visuale è puntato sulla distanza tra il quotidiano della gente e le leggi emesse dall’autorità costituita.

 

Le dinamiche dei piani di racconto, tra testo e immagini, si completano sinergicamente poiché la ricerca delle immagini viene pensata nella direzione di una forte strutturazione tra significato e significante. L’obiettivo è quello di raccontare una città nel rapporto tra quotidiano e sistema sociale, mostrando immagini in movimento. In tal senso, la logica sottesa all’impaginazione del reportage, è più legata al concetto di story board che altro, poiché non si usano gli approcci classici che tutti i giornalisti adottano: costruire una scaletta o scrivere a getto. Con i Social Reportage si parte dalle foto, a cui si associa un  titolo e da cui si sviluppa il paragrafo.

 

Ogni fotografia racconta una storia e tutte insieme raccontano il mondo, nel senso che con le immagini di una città qualsiasi dell’oggi possiamo, in qualche modo, comprendere un pezzettino del nostro quotidiano, secondo un’accezione trans-culturale… L’aspetto giornalisticamente interessante è che ogni contenuto di senso di cui qualsiasi città è portatrice deve necessariamente fare i conti con la sua dimensione nazionale, la qualità dei suoi governi, l’efficacia delle sue leggi e soprattutto il rapporto tra popolo e autorità.

 

Lo strumento del social reportage, attraverso la costruzione dei piani di racconto, tra contenuto e forma, consente di soffermarsi su aspetti determinanti della città e del suo contesto sociale nazionale, senza la pretesa di voler approfondire la complessità del luogo raccontato. Ecco perché occorre una unica fonte in loco, finalizzata ad individuare le caratteristiche fondanti della dimensione metropolitana, il resto lo racconta la città stessa, con le immagini che offre ogni giorno.

 

radiocentomondi.altervista.org/le-citta-in-movimento.html

Indice della libertà di stampa nel mondo 2015

 

Report sull’indice della libertà di stampa nel mondo, redatto annualmente dall’organizzazione Reporters senza frontiere. Le posizioni dei paesi seguiti da OBC

Su una lista di 180 paesi Cipro resta quello meglio posizionato tra i paesi seguiti da OBC: è al 24mo posto, migliorando di una posizione rispetto all’anno scorso. Segue la Slovenia in posizione 35 (-1 rispetto al 2014). Scivola di 7 posizioni rispetto al 2014 la Romania che ora è al 52mo posto. Sale invece di 7 la Croazia, attualmente in posizione 58. Non perde alcuna posizione la Bosnia Erzegovina che rimane al 66 posto. Un vero e proprio tonfo per la Serbia che perde ben 13 posizioni e scende al 67mo posto. La Georgia sale di 15 posizioni e raggiunge la posizione 69. In caduta libera la Repubblica di Moldova che perde 16 posizioni e si assesta al 72mo posto. Fa peggio l'Italia: 73ma posizione, 24 in meno rispetto al 2014. Sale Cipro nord di 7 posizioni e arriva al 76mo posto. Seguono Armenia 78 (0), Albania 82 (+3), Kosovo 87 (-7), Grecia 91 (+8), Bulgaria 106 (-6), Montenegro 114 (0), Macedonia 117 (+6), Ucraina 129 (-2), Turchia 149 (+5). Fanalino di coda, quasi in fondo alla classifica generale, l’Azerbaijan in posizione 161 (-2).

 

https://index.rsf.org/#!/

FOTOGIORNALISMO DI GUERRA

 

 

vociglobali.it - 13 February 2015 di Elena Paparelli

 

Qual è la sfida del fotogiornalismo nel XXI secolo? Le nuove tecnologie allargano lepossibilità di documentazione, e il dibattito sulla pubblicazione o meno di immagini particolarmente scioccanti come quella dell’esecuzione del pilota giordano è più attuale che mai. Una riflessione sul fotogiornalismo di guerra può essere sollecitata da una mostra di prossima apertura, “Questa è guerra – 100 anni di conflitti messi a fuoco dalla fotografia” (28 febbraio, a Palazzo del Monte di Pietà, a Padova), con immagini di grandi fotoreporter come Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, Bourke White, William Eugene Smith, Emmy Andriesse, Ernst Haas, Philip Jones Griffiths, Eve Arnold, Gabriele Basilico, Paolo Ventura, Richard Mosse.

 

Qual è la linea di demarcazione fra la necessità della cronaca e la tutela della sensibilità del lettore?

 

Lo abbiamo chiesto al fotoreporter  Pier Paolo Cito, che ha lavorato per l’agenzia internazionale Associated Press, e ha coperto conflitti in diverse zone del mondo, da Montenegro e Kosovo all’Etiopia, dalla striscia di Gaza ai Territori Occupati e Israele, dal Libano fino all’Afghanistan e alla Libia. E che ha anche esperienza di attività formativa sulla fotografia giornalistica e sul giornalismo, in Italia e all’estero.

 

La foto del pilota giordano divorato dalle fiamme è un’immagine di forte impatto emotivo ma c’è chi – come per esempio La Stampa, per citare una testata- ha scelto di mostrare una sua immagine da uomo libero. Che ne pensi di questa scelta?

 

Capisco e rispetto entrambe le scelte: da una parte c’è chi ha deciso di non dar spazio alla propaganda dell’Isis funzionale a terrorizzare e a far capire quanto siano atroci i suoi militanti; dall’altra c’è chi ha deciso di mostrare la verità perché quanto visto fa parte della storia, pubblicando il video dell’atroce esecuzione e dando al lettore la possibilità di scegliere se vederlo o meno. Come dice Domenico Quirico “La coscienza passa sempre attraverso la conoscenza e non la negazione, censura o aggiramento della realtà”.

 

Bisogna poi tenere conto del fatto che ci sono state reazioni forti al video anche nel mondo musulmano.  Oltre alla macabra esecuzione, il corpo del pilota giordano, dopo essere stato arso vivo, è stato coperto di macerie. E sappiamo quanto, nel mondo musulmano, ci sia rispetto per il defunto. In risposta all’uccisione del pilota giordano, re Abdallah di Giordania ha  deciso di far eseguire le condanne a morte dei due prigionieri, la terrorista irachena di cui l’Isis aveva chiesto la liberazione e un esponente iracheno di al-Qaeda. E ha annunciato raid più duri contro il gruppo terrorista. Nella stessa università di Al-Azhar, al Cairo, ci sono state molte reazioni, e la richiesta di forti rappresaglie. Senza dubbio questo video è storia, e porterà delle conseguenze importanti, non soltanto militari.

 

Una minaccia oggi molto preoccupante per l’Europa, oltre l’Isis,  viene dal conflitto in Ucraina. Eppure si ha la sensazione che questo conflitto non sia abbastanza raccontato, anche da un punto di vista fotografico. E’ così?

 

È molto difficile parlare di un conflitto e stabilire se sia stato raccontato bene o meno, se sia stato sufficientemente coperto. Anche perché di tutto ciò che viene prodotto sul campo noi vediamo soltanto una parte. In ogni caso, quel che ho visto prodotto sia da parte di fotografi ucraini sia da parte di fotografi italiani mi ha convinto.  Cito a titolo di esempio i lavori dei colleghi Marcello Fauci  oFrancesca Volpi. Ma ci sono diversi fotografi ucraini validi e preparati, che sanno fare bene il loro mestiere. È senza dubbio vero che rispetto ad un tempo, oggi la possibilità di pubblicare è  diminuita. Sarebbe utile chiedere a qualche freelance che ha lavorato o lavora in Ucraina, quanto del materiale prodotto abbia poi trovato effettivamente uno sbocco editoriale.

 

La professione di fotoreporter è dunque sempre più difficile….

 

Negli ultimi dieci anni sono cambiate molte cose, e non soltanto da un punto di vista tecnologico. Mentre un tempo soltanto la grande agenzia poteva mandare sul posto una troupe, oggi un freelance è più libero di muoversi: basta investire circa 10.000 euro, e con un telefono satellitare e un’attrezzatura di qualità si riesce a produrre del materiale. Complessivamente, si produce di più, ma si vende di meno. Detto questo, sono ancora le grandi agenzie che riescono ad arrivare lì dove molti non arrivano, garantendo maggiori margini di sicurezza. Se questa è la situazione, per produrre in linea di massima del materiale vendibile, un freelance deve recarsi in  zone rimaste “scoperte”, spesso perché troppo pericolose. È per questo che è importantissimo andarci preparati.  Io stesso organizzo workshop per i giornalisti, dandogli istruzioni su come muoversi quando si arriva in zone di guerra. Quel che dico sempre è che non si può imparare a guidare andando in autostrada. Oggi un giornalista ha la possibilità di acquisire la parte tecnologica prima inaccessibile, ma è indispensabile che si renda più consapevole. Essenzialmente, quando sono andato in Afghanistan, il vero rischio si correva nel momento in cui c’era un conflitto a fuoco. Oggi, se vai in zone come l’Iraq o la Siria rischi sempre. Puoi essere rapito anche da un delinquente comune che poi ti può vendere ad un’organizzazione più complessa. Devi convivere costantemente con una sensazione di insicurezza, ed è per questo che la prima cosa da fare prima di partire è addestrarsi psicologicamente, seguendo dei corsi ad hoc. E ricordarsi che non si rischia solo la propria pelle, ma anche che puoi mettere in pericolo la vita di chi poi dovrà eventualmente venirti a salvare. Conoscere bene, dunque, il luogo in cui si va è fondamentale. L’altro punto da considerare è che – allargando il discorso alla professione di fotoreporter a tutto campo -  la tecnologia ha reso alla portata di tutti la possibilità di documentare un fatto eccezionale. A volte, nella cronaca di un fatto, può essere il caso a decretare quale foto sarà pubblicata, visto che un semplice cittadino con un cellulare è in grado di immortalare un evento. E dunque il fotoreporter deve usare la sua professionalità, il suo stile, la sua sensibilità, per approfondire, e dare al racconto del fatto un valore aggiunto.

 

Hai iniziato la tua carriera di fotoreporter raccontando lo sbarco dei migranti. A distanza di tanti anni, nel racconto del fenomeno migratorio sempre più drammatico che stiamo vivendo quale aspetto meriterebbe una maggiore attenzione?

 

Un aspetto interessante a mio avviso non abbastanza indagato è il racconto delle storie di integrazione riuscita. Raccontare cioè le storie di chi, spesso sfuggendo a situazioni di forte pericolo, ha avuto la capacità e l’occasione di costruirsi una nuova opportunità di vita altrove.  Ma non saprei dire quanto questo argomento sia spendibile nell’attuale mercato editoriale.

 

https://www.pierpaolocito.it/

 

MIPEX 2015

Le politiche di integrazione nel mondo

 

By MIGRANTES

 

 

 Il 3 giugno è stata presentata all’Università degli Studi Milano-Bicocca la quarta edizione di MIPEX (Integration Policies: Who Benefits? – MIPEX 2015), lo studio che mette a confronto le politiche di 38 nazioni in materia di immigrazione e integrazione. La ricerca ha analizzato tutti i paesi dell’Unione Europea, oltre a Australia, Canada, Islanda, Giappone, Nuova Zelanda, Norvegia, Corea del Sud, Svizzera, Turchia e Stati Uniti. Come nella precedente edizione, MIPEX ha preso in esame – attraverso 114 indicatori che richiamano scelte di politica e prassi amministrativa – otto diverse aree di interesse: mercato del lavoro; ricongiungimenti familiari; istruzione; assistenza sanitaria; partecipazione politica; accesso alla cittadinanza; residenza permanente; antidiscriminazione. L’indice di ricerca MIPEX è uno strumento molto utile per misurare l’effettiva realizzazione di politiche che possano favorire l’integrazione. Questa edizione – che vede la Fondazione Ismu nel consueto ruolo di referente e coordinatore della rilevazione che riguarda la realtà italiana – è stata curata congiuntamente da CIDOB (Barcelona Centre for International Affairs) e dal MPG (Migration policy group). (Ismu, iniziative e studi sulla multietnicità)



Sintesi dei risultati


Per quanto riguarda l’Italia, nella graduatoria di questa edizione del MIPEX (Indice per misurare le politiche di integrazione della popolazione Extra-UE) essa si colloca al 13° posto sul totale dei 38 paesi analizzati. Rispetto ai risultati del precedente MIPEX III si sono perse tre posizioni (eravamo al 10° posto), ma va tenuto conto che il numero di paesi considerati nella graduatoria è nel frattempo salito da 31 a 38, essendosi aggiunti Turchia, Korea del Sud, Giappone, Australia, Nuova Zelanda e la Croazia (quale nuovo membro UE).


Il punteggio complessivo sintetico assegnato al nostro paese, da valutarsi in una scala che varia da 0 a 100, è risultato pari a 59, un punto in meno rispetto alla valutazione di MIPEX III che già segnalava un punto in meno dal confronto con la precedente edizione. In ogni caso, il punteggio dell’Italia resta pur sempre molto al di sopra del valore medio dei 28 paesi di UE (che è di 51 punti) ed è sostanzialmente allineato con il punteggio medio dei 15 paesi che formavano l’UE prima dell’allargamento del 2004 (60 punti).
Volendo analizzare gli ambiti di integrazione che, singolarmente giudicati, contribuiscono a fornire, gli  indici parziali che entrano nel calcolo del punteggio sintetico, vediamo che l’Italia consegue giudizi di eccellenza (con punteggi superiori sia alla media dei 28 paesi UE che a quella dei membri dell’Unione a 15) riguardo alla “riunificazione familiare” (+11 punti rispetto a entrambe le medie di cui si è detto), alla “residenza di lungo periodo” (+4 e +1 rispettivamente) e alla “salute” (+23 e +13).
Sul fronte opposto, il punteggio italiano è inferiore ai punteggi medi di entrambi i gruppi relativamente alla “scuola/formazione” (-3 e -15 punti rispettivamente) e alla “antidiscriminazione” (-2 e -7). Meglio della media di EU 28 ma peggio di quella di EU 15 è invece il punteggio dell’Italia in tema di “mercato del lavoro” (+9 e -2 punti), di “partecipazione politica (+18 e -2) e di “accesso alla cittadinanza” (+3 e -9).
Nel complesso i risultati di MIPEX IV supportano la convinzione che, benché si possa ritenere di aver fatto molta strada nella direzione di un’immigrazione “regolare” e con “uguali diritti”, molto resta ancora da fare per ottenere anche “uguali opportunità”.



Entrando più nel dettaglio dei risultati, rispetto al mercato del lavoro va innanzitutto lamentata, in Italia come in gran parte dei pesi considerati, la persistente presenza di alte quote di giovani immigrati che non sono “né al lavoro né in un percorso di studio/formazione” (i così detti Neet). In tal senso sembra raccomandabile una maggiore attenzione verso politiche di recupero dei percorsi formativi e di accompagnamento nel mondo del lavoro con specifico riferimento alla componente giovanile.
Sempre riguardo al mercato del lavoro sembra auspicabile sia una maggiore apertura nel settore pubblico, sia il superamento delle difficoltà nel riconoscimento delle professionalità e dei titoli di studio conseguiti all’estero. Resta altresì da rendere effettivamente universale l’accesso a diritti e benefici, ove previsti, e nel contempo operare per una migliore qualità del lavoro immigrato. Il tema della diffusa “sovra qualificazione”, per altro comune a molti altri paesi MIPEX, andrebbe affrontato non solo per andare incontro alle aspettative dei lavoratori immigrati, ma anche per evitare un improduttivo spreco di risorse e competenze.


Il tema della riunificazione familiare sembra essere uno dei punti di forza nel quadro delle politiche per l’integrazione avviate in Italia. Di fatto, la sola critica riguarda il rispetto di alcune condizioni (di reddito e di standard abitativi) che tuttavia non sono né immotivate né particolarmente selettive, come dimostra la continua crescita dei ricongiungimenti e il progressivo consolidamento della “popolazione” immigrata.
Diversamente dall’atteggiamento “amichevole” riconosciuto nei riguardi della famiglia, il tema della scuola e del percorso formativo vede l’Italia in una posizione decisamente di retroguardia. Le indicazioni che emergono da MIPEX IV mettono in luce l’assenza di azioni efficaci per combattere la dispersione scolastica, per garantire supporto ai giovani studenti in condizioni di debolezza della famiglia, per favorire e sostenere forme di educazione interculturale, per sviluppare la formazione e l’adeguamento professionale del personale della scuola.


Mentre la salute rappresenta una novità di questa edizione del MIPEX che premia l’Italia, riconoscendole ottime politiche sia sul piano dei diritti che su quello dell’accesso ai servizi, il tema della partecipazione politica sconta, in negativo, la persistente assenza di diritto al voto per gli stranieri non comunitari. Viene tuttavia riconosciuto che il nostro paese assicura a tutti la più ampia libertà di espressione e partecipazione politica e viene segnalata la presenza di spazi per organi consultivi partecipati dagli stranieri, anche se – va aggiunto – mancano poi gli adeguati sostegni finanziari che ne agevolino lo sviluppo.



Anche la residenza di lungo termine è vista come un punto di forza nel panorama italiano delle politiche di integrazione. Oggigiorno è questa una condizione largamente diffusa e garantita che rappresenta sempre più un primo passo nella direzione di progetti di permanenza definitiva che potranno trovare sviluppo nell’acquisizione della cittadinanza. Quanto alle politiche che determinano e regolano quest’ultimo passaggio, esse sono tuttora caratterizzate da luci ed ombre che nel MIPEX trovano riscontro in un giudizio che è critico rispetto ai tempi e alla procedura di naturalizzazione, ma che dà comunque atto della continua crescita di nuovi cittadini e riconosce sia l’ampia sicurezza dello status (una volta faticosamente acquisito), sia il merito di una larga apertura verso forme di doppia cittadinanza.



Infine una certa debolezza appare sul fronte dell’antidiscriminazione, dove si segnala un basso livello di denunce e, in generale, una minor protezione che in altri paesi. L’Italia, al pari di altri paesi del Sud Europa, sconta l’esistenza di un basso livello di fiducia nella polizia e nel sistema della giustizia da parte degli immigrati. Sembra dunque necessaria un’azione che valga a restituire alla popolazione straniera non comunitaria il senso di fiducia nelle autorità che sono chiamate a contrastare i fenomeni di discriminazione su base razziale/etnica e religiosa. (MIPEX Eu/Italy)

 

Notizie alla deriva.

Informazione dipendente dall’agenda politica

e dal suo linguaggio

 

Rapporto 2014 Associazione Carta di Roma

 

Di Giovanni Maria Bellu

 

L’informazione italiana si occupa sempre più spesso di immigrazione. E lo fa anche con un atteggiamento “positivo”. Cioè parla dei migranti con comprensione e simpatia. Ma ne parla soprattutto quando qualche evento, in particolare se l’evento è catastrofico, la obbliga a farlo. Il migrante-tipo dell’informazione italiana nel 2013 è stato il naufrago. E la problematica maggiormente coperta è stata quella di carattere amministrativo. Quest’ultimo dato potrebbe apparire bizzarro e contraddittorio se, nella classificazione per temi, non fossero stati inseriti in questa categoria tutti gli articoli sul Cie di Lampedusa. Articoli, cioè, derivati dal catastrofico evento principale.

Sono questi, in estrema sintesi, i risultati dell’analisi svolta, per l’Osservatorio di Carta di Roma, dalle tre università (Bologna, Torino e Roma-La Sapienza) che hanno svolto il monitoraggio sull’informazione italiana nel 2013 e redatto gli studi che – assieme alla prefazione di Igiaba Scego, agli interventi di Attilio Bolzoni e Gian Antonio Stella e all’analisi di Martina Chichi sulle morti nel Mediterraneo – compongono il secondo rapporto annuale dell’Associazione Carta di Roma (il titolo è “Notizie alla deriva”) che viene presentato oggi alla Camera dei Deputati, con l’intervento della presidente Laura Boldrini.

 

Rispetto al 2012, dunque, le notizie su migranti e immigrazione sono raddoppiate. Soprattutto per effetto della tragedia di Lampedusa e del ministero di Cécile Kyenge. E non è un caso che siano anche cresciuti in modo rilevante gli articoli dedicati al razzismo.

 

Che esista una correlazione tra la rilevanza degli eventi relativi a un tema e la quantità di servizi dedicati a quel tema è del tutto ovvio.

 

Meno ovvio è che gli eventi di cronaca condizionino in modo così intenso, e quasi esclusivo, la scelta di occuparsene da parte degli organi di informazione. Come se l’immigrazione fosse, ancora e sempre, una “emergenza” e non una componente strutturale della società italiana.

 

Come se gli immigrati fossero ancora “altri”, a dispetto della presenza di un milione di ragazze e ragazzi, ma molti di loro sono già uomini e donne, nati in Italia da genitori stranieri. E essi pure, ancora, stranieri: pare quasi che l’informazione voglia assecondare i ritardi del legislatore nella riforma della legge sulla cittadinanza.

 

La Carta di Roma è il codice deontologico al quale i giornalisti devono attenersi quando si occupano di immigrati, rifugiati e richiedenti asilo. È fatta di poche regole di buon senso che potrebbero essere facilmente dedotte dalla norma deontologica fondamentale, quella che impone ai giornalisti di restituire la verità sostanziale dei fatti. E, quindi, prima di tutto, usare le parole giuste. Ecco, questo – benché molti passi avanti siano stati fatti – continua a non accadere.

 

Sempre più spesso assistiamo a casi di “violazione dolosa” del codice deontologico a fini di polemica politica. C’è chi usa la parola “clandestino” pur sapendo benissimo che non solo è inappropriata, ma anche offensiva.

 

(Ed è sorprendente che essa comparisse ancora, alla stregua di un termine “tecnico”, addirittura nel sito del ministero dell’Interno fino allo scorso 17 dicembre, scomparendo meno di quarantotto ore dopo un’audizione sulla Carta di Roma in Senato che terminava con l’impegno da parte della Commissione Diritti umani di chiedere la rimozione della definizione scorretta dalla stessa pagina web).

 

Quello che presentiamo oggi è il rapporto del 2013.

 

Ma, nel parlarne, non si può ignorare il fatto che nell’anno che si sta per concludere abbiamo assistito a aumento di casi di questa “violazione dolosa”. In particolare in coincidenza con i fatti di Tor Sapienza. Un fatto che richiama un altro problema, in questo caso un problema generale dell’informazione italiana: la sua dipendenza dall’agenda politica e dal suo linguaggio.

 

 

https://www.cartadiroma.org/wp-content/uploads/2014/12/NOTIZIE-ALLA-DERIVA_Secondo-Rapporto-Annuale-Carta-di-Roma-EMBARGATO-FINO-ORE-12-DEL-19-DIC-2014.pdf

VIII “Rapporto sulla percezione e la rappresentazione dell’insicurezza”

 

 

Nella “terra di mezzo”

 

L’impressione che si ricava, scorrendo i dati e le analisi raccolti dal VIII “Rapporto sulla percezione e la rappresentazione dell’insicurezza” - in Italia e in Europa - è che siamo finiti in una “terra di mezzo”. La regione descritta da Tolkien, nel “Signore degli anelli”. Luogo di conflitti e di paure. Appunto. Ma anche di resistenza e di reazioni. Solo che, nel momento stesso in cui utilizziamo questa immagine, ci rendiamo conto che è già stata adottata, meglio: adattata, da altri, prima di noi. E con intenti e significati molto diversi. Non molti mesi fa. Nella variante del “mondo di mezzo”. La formula con cui Massimo Carminati, figura di riferimento nell’inchiesta su “Mafia Capitale”, definisce l’area di confine tra il “mondo legale” e quello “illegale”. Il “mondo di mezzo”: dove viene fatto il “lavoro sporco” a favore del “mondo di sopra” e ai danni di quelli “di sotto”. Il crocevia fra attività - e soggetti - legali e illegali. Naturalmente, non è a questo mondo che noi apparteniamo. Anche se è significativo - e inquietante - scoprire come sia possibile vivere accanto ad esso senza averne la percezione precisa. Immersi in una rete dove i confini fra legale e illegale sfumano. Ma la “terra di mezzo” a cui mi riferisco, evoca un’altra, diversa condizione di contiguità. Anch’essa inquietante, seppure meno insidiosa. Riguarda e richiama la sgradevole sensazione di essere stretti, quasi schiacciati, fra il “Mondo” e il “mondo”. Tra le violenze globali, che esplodono non lontano da noi: in Francia, Danimarca, Ucraina, Libia, nei Paesi dell’area mediterranea e Medio-orientale, da una parte.

 

E, dall’altra, i fatti criminali locali. A cui si aggiunge la crisi economica, che continua a gravare sulle imprese e sul lavoro intorno a noi. Vicino a casa nostra. Il problema è che, come in passato, la percezione e la rappresentazione degli eventi ansiogeni, delle paure divergono. Appaiono, almeno in parte, distinte. Soprattutto per quel che riguarda il Mondo sopra di noi. Il quale ha fatto irruzione nella nostra vita attraverso i media. Perché è, anzitutto, sui giornali e sui telegiornali che il terrorismo islamico è penetrato nella nostra vita. D’altra parte, non da oggi, ma oggi più che nel passato, il terrorismo utilizza i media, la televisione e la rete, come campo di battaglia. Ne ha fatto un terreno dove combatte la propria guerra, facendola divenire globale. Trasformando ogni esecuzione e – appunto – ogni attentato in un evento sanguinario e spettacolare. Quasi un serial del terrore, scandito da episodi che si ripetono. Con frequenza e regolarità. Ma anche con grande efficacia, se guardiamo l’analisi dei telegiornali proposta dall’Osservatorio di Pavia. Nelle tre settimane che precedono la somministrazione del sondaggio (dal 29 dicembre 2014 al 18 gennaio 2015), infatti, i tragici fatti di Parigi e la paura degli attentati terroristici sono gli avvenimenti che occupano la parte più significativa dell’agenda europea e nazionale (rispettivamente con il 78% e il 69% di visibilità sul complesso delle notizie ansiogene).

 

D’altra parte, i titoli dei servizi contribuiscono a generare, a loro volta, preoccupazione. Allertano che il commento febbraio 2015 - Ottavo Rapporto sulla sicurezza e l’insicurezza sociale in Italia e in Europa | 9 “i terroristi sono tra noi” e “l’Europa è sotto attacco”. Sollevano l’attenzione sulle “famiglie integrate di immigrati di seconda generazione che indossano i panni di una sorta di internazionale dell’orrore” e “indottrinano ragazzi che perdiamo”. In oltre due terzi dei servizi ansiogeni troviamo un riferimento esplicito alla minaccia che il terrorismo islamico rappresenta per le comunità occidentali. L’agenda dell’insicurezza dei telegiornali, di conseguenza, mette in secondo piano le altre dimensioni ansiogene legate alla criminalità o alla crisi economica. A livello europeo, ma anche in ambito nazionale. Tuttavia, se ci allontaniamo dal periodo più recente e allarghiamo lo sguardo all’intero 2014, il quadro cambia sensibilmente. La “criminalità” si conferma il primo problema affrontato dai TG europei. Mentre il terrorismo conferma un elevato grado di visibilità. Ma anche di concentrazione geopolitica. Costituisce, infatti, l’argomento principale soprattutto in Germania. Mentre in Italia i media mantengono la propria specifica attenzione verso i fatti criminali. Che occupano quasi i due terzi delle notizie ansiogene dei nostri TG di prima serata. Si tratta, però, di un orientamento che registriamo anche altrove: in particolare in Gran Bretagna e in Spagna. La Spagna, appunto. Colpita dalla crisi economica, come l’Italia. Ma, ancor più che in Italia, dalla sfiducia nella politica. Almeno, a giudicare dallo spazio che incontra nei suoi TG. E dagli atteggiamenti dei cittadini, profondamente ostili verso la politica e i politici.

 

La geografia del sentimento sociale

 

La rappresentazione delle nostre insicurezze appare, una volta ancora, diversa rispetto alla percezione sociale. Anche se la “geografia dei sentimenti” riproduce maggiormente la “geografia degli avvenimenti”. Così, la violenza terrorista inquieta maggiormente i cittadini dell’Europa Centro-settentrionale, dove è, effettivamente, esplosa in modo tanto feroce. Appare, dunque, molto estesa in Francia, ma anche in Gran Bretagna (già colpita, a sua volta, in passato) e in Germania (dove la guerra in Ucraina suscita particolare inquietudine). Molto meno altrove. Soprattutto in Italia, dove il terrorismo, anche nei giorni degli attentati, è indicato fra i due primi motivi di preoccupazione solo da una frazione minima di persone: il 5%.

 

Le paure “globali”, legate alla violenza terrorista, semmai, si trasferiscono sul piano della “percezione degli altri”. In base alla loro provenienza e alla loro religione. Così, verso gli arabi e l’Islam, in Europa, si respira un clima poco amichevole. Pervaso di grande sfiducia. In modo particolare, proprio in Italia. Dove poco più di una persona su quattro esprime “fiducia” (si fa per dire…) nei confronti degli stranieri che provengono dai Paesi Arabi. Solo in Germania e in Polonia si rilevano valori perfino più bassi. E, restando all’Italia, solo nei confronti dei Rom la “diffidenza” (dichiarata da oltre il 90% degli intervistati) appare ancor più estesa.

 

Anche verso l’Islam, in Italia, la maggioranza della popolazione (intervistata) esprime sfiducia: 55%. E si tratta, comunque, di un sentimento meno diffuso che in altri Paesi. In particolare: in Spagna, in Polonia e soprattutto in Germania.

 

Il “mondo di sopra”, che incombe su di noi, però, si trasferisce e si traduce su altri piani. Quello della globalizzazione economica, in particolare. Che continua a generare grande - e fondata - preoccupazione. E l’Europa, invece di difenderci (secondo il sondaggio di Demos-Pragma per Unipolis), alimenta la nostra insicurezza. L’Unione Europea: non piace. Ma, soprattutto, non piace l’Euro. Causa dei nostri problemi, secondo un terzo dei cittadini, in Italia. E ancor di più, il 36%, in Germania. Dove la nostalgia del Marco resta forte. (Come, d’altronde, lo era il marco…). Mentre nei Paesi che non fanno parte della moneta comune, Gran Bretagna e Polonia, i cittadini all’Euro non ci pensano proprio. Preferiscono tenersi la loro valuta. E ciò sottolinea come proprio la moneta unica sia divenuta un fattore di sfiducia, che si rovescia sull’istituzione europea. La UE: una moneta senza Stato. D’altronde, la crisi economica continua a pesare. E condiziona, in modo evidente, il sentimento sociale.

 

Quasi metà della popolazione, nei sei Paesi dove si è svolta l’indagine, afferma di temere, anzitutto e soprattutto, i problemi che riguardano lo sviluppo e l’occupazione. O meglio (peggio), la recessione e la dis-occupazione. Un problema che preme soprattutto sui Paesi Mediterranei. L’Italia e la Spagna, per primi. Ma anche la Francia e la Polonia. D’altronde, la crisi greca e le tensioni fra il governo di Atene e la Commissione Europea hanno drammatizzato le preoccupazioni economiche, ma anche lo scetticismo verso la UE e la moneta europea. Il terrorismo, dunque, costituisce una minaccia reale, percepita in Europa. Ma, comunque, meno della crisi economica. Che incombe sui cittadini. E preme su di loro. Sulla loro condizione e sui loro sentimenti. Dall’alto e dal basso.

 

Paure ma non “paura”

 

Nonostante tutto, non si assiste alla drammatizzazione del sentimento sociale che avevamo osservato nel passato recente. Le paure non si traducono in Paura. Le incertezze non si condensano in una nube di Grande Incertezza, com’era avvenuto negli ultimi anni. Certo, il grado di insicurezza resta molto elevato. Le paure globali, l’inquietudine economica e il rifiuto della politica colpiscono la maggioranza della popolazione. Ma senza toccare i picchi osservati alla fine del 2012. E, comunque, si coglie qualche segno di scongelamento del clima d’opinione. Diciamo che prima era plumbeo, ora è divenuto grigio. I flussi migratori, che continuano, incessanti, hanno alimentato una crescita della tensione, fra gli italiani. Ma, comunque, in misura limitata. L’indagine europea, curata da Pragma, sottolinea, infatti, come l’immigrazione costituisca un’emergenza prioritaria per il 3% degli italiani. Molto poco, in assoluto. E molto meno, comunque, rispetto agli altri Paesi europei considerati. In particolare: Gran Bretagna e Germania.

 

Anche gli sbarchi, che pure continuano a rovesciare sulle nostre coste migliaia di disperati - e molti li lasciano in fondo al mare - suscitano timori diffusi. Ma anche pena e compassione. Così gli atteggiamenti di accoglienza e respingimento dividono, gli italiani. Ma, al tempo stesso, coabitano. Con-dividono. La stessa tendenza alla dis-tensione, allo scongelamento del clima di insicurezza e di risentimento, in Italia, si osserva anche in altre direzioni, in altri ambiti. Anche se la gerarchia dei problemi resta immutata. In testa, sopra a tutte le altre problematiche, si confermano le emergenze globali (76%), insieme a quelle economiche e all’insicurezza politica (fra 60 e 70%). Accentuata dalle vicende legate alla corruzione politica. Il Mose, l’Expo e Mafia Capitale. “Paure”, come si è detto, che pervadono gran parte della popolazione. Infine, le paure legate alla criminalità. Comunque, sempre elevate (44%). Tuttavia, gli indici che abbiamo elaborato per misurare i diversi volti della nostra inquietudine appaiono tutti in calo, negli ultimi due anni.

 

Anche se in misura diversa e, comunque, relativa. In particolare, si osserva un certo declino della componente di persone che manifestano livelli elevati di insicurezza economica. Peraltro, ancora molto ampia. Come la percezione che le disuguaglianze sociali siano aumentate. Condivisa da 8 italiani su 10. Tuttavia, è come se avessimo toccato il fondo. Oltre cui è difficile andare. Scavare ancora. Così, anche la politica suscita minore preoccupazione e reazione, rispetto allo scorso anno. D’altronde, al di là di giudizi sul governo, nell’ultimo anno l’instabilità politica è apparsa sicuramente limitata. E il ricorso a nuove elezioni è divenuto una prospettiva meno probabile. Più lontana. Mentre la sfiducia verso le istituzioni è pesante. Senza paragoni, in Europa. Ma, ormai, è come se ci fossimo abituati. Non ci indigniamo più. E non ci spaventiamo. Ne consegue una riduzione dell’insicurezza assoluta. Di coloro, cioè, che dimostrano un grado di insicurezza generale e generalizzato. Non tematizzato, né ancorato a specifici argomenti. Sono circa un terzo della popolazione. Tanti, ma, comunque, in calo. Siamo, cioè, tornati al livello di tre anni fa, all’inizio del 2012. È come se, nella “terra di mezzo”, dove viviamo, ci fossimo abituati alle emergenze. E, in una certa misura, riuscissimo ad accettarle - se non ad affrontarle e a risolverle - con minore angoscia del passato. Mentre i media, da parte loro, sembrano avere rinunciato a spettacolarizzare le “grandi paure”. O meglio, hanno trasferito il loro grandangolo sulla realtà quotidiana. Non a caso, almeno in Italia, quanto più ci si avvicina al livello locale tanto più la paura esterna, quella del terrorismo e delle guerre, lascia spazio ad altri problemi, che riguardano la dimensione territoriale: criminalità, alluvioni, disastri ambientali, crisi aziendali, contrazione dei consumi. Raccontano, cioè, un’insicurezza di prossimità. E, in questo modo, la moltiplicano. Visto che la distanza fra realtà e rappresentazione criminale continua ad essere enorme. In Italia, però. Molto meno altrove. Perché la “passione criminale” resta uno specifico italiano. Anche se si è trasferita sempre più sulle reti locali. Nella cronaca nera, trasmessa e narrata, come un flusso continuo, dai TG regionali. Un giorno dopo l’altro. Così, i “casi criminali”, su cui, per anni, si sono costruiti veri e propri serial televisivi, hanno mantenuto, nell’ultimo anno, un buon grado di visibilità e di copertura mediatica. Ma senza essere trattati e sceneggiati come grandi fiction. Mentre è cresciuta maggiormente la cronaca “ibrida”, di piccoli e grandi eventi che costellano il “mondo intorno a noi”. Si è, però, rinunciato a costruire l’immagine del Nemico. L’Altro che ci invade. L’immigrazione, infatti, preoccupa. Ma non nella misura del passato. Infatti, non a caso, trova poco spazio sui media. Ed è tematizzata, spesso, utilizzando la chiave della solidarietà e della pìetas. D’altronde, perché insistere su fiction ansiogene che il pubblico non premia più con gli ascolti, perché è già angosciato di suo? Oppure reagisce, in modo un po’ annoiato, cambiando canale, come di fronte a un racconto ripetitivo? febbraio 2015 - Ottavo Rapporto sulla sicurezza e l’insicurezza sociale in Italia e in Europa.

 

È, in fondo, la stessa ragione che ha spinto in basso l’insicurezza politica. Anche se di poco, meglio ripeterlo. Al di là del clima di maggiore stabilità che ha caratterizzato questa stagione politica, nell’ultimo anno, conta la minore attenzione dei media. Che, in effetti, riflette la maggiore dis-attenzione degli italiani, del pubblico, nei confronti dello “spettacolo della lotta politica”. Nei talk che vanno in onda dovunque, su tutte le reti, dall’alba fino a notte. Dopo anni e anni di repliche, il pubblico ha smesso di seguirli. E fa zapping. Cambia canale. Preferisce le partite di calcio, le fiction sentimentali e un po’ patetiche. Oppure il super-varietà di una volta. Come il Festival di Sanremo condotto da Carlo Conti.

 

Allo spettacolo dell’insicurezza e della paura si oppone, con successo sempre maggiore, lo spettacolo della rassicurazione e dell’evasione senza preoccupazione.

 

L’abitudine all’insicurezza ci rassicura

 

Non è chiaro – e non è detto – se si tratti davvero di una svolta, destinata a durare a lungo. Però è possibile – credibile – che sia cambiato il clima d’opinione e che i media abbiano adeguato la loro rappresentazione della realtà. In fondo, dopo anni di immigrazione, l’invasione non c’è stata. Nonostante l’impegno degli “imprenditori politici della paura” siamo sopravvissuti, abbastanza bene, all’assalto dei barconi e dei disperati. Anzi, è maturato il sentimento dell’accoglienza. E dopo l’emergenza economica e dell’occupazione, oggi si riparla, timidamente, di ripresa. Mentre dopo ogni dissesto idrogeologico, ogni terremoto, ogni disastro aziendale va in scena la rappresentazione - rassicurante - della solidarietà e della reazione popolare. Nonostante la sfiducia nell’euro e nell’Europa, peraltro, la maggioranza degli italiani e degli europei continua a temere di più l’alternativa. Cioè, l’uscita, la fine della moneta unica e, tanto più, dell’Unione. L’Europa e l’Euro: non ci piacciono proprio. Ma non si sa mai…

 

Resta la paura verso la criminalità. Che non rallenta. Al contrario, visto che il 48% denuncia un aumento nella propria zona di residenza: un valore che torna, quindi, ad avvicinarsi ai picchi - superiori al 50% - registrati nel biennio 2007-2008. Tuttavia, l’indice di angoscia per la “minaccia criminale” appare sostanzialmente stabile, nel corso degli ultimi anni. Per questo, stretti fra le tensioni che provengono dal “mondo di sopra” e dal “mondo di sotto”, non stiamo tranquilli. Ma, nella “terra di mezzo” in cui viviamo abbiamo imparato a cavarcela. Ci siamo adattati ai rischi e ai problemi. L’abitudine all’insicurezza, in altri termini, ci rassicura. Così, non ci siamo fatti travolgere e schiacciare dall’onda terrorista, che corre, soprattutto, sui media. Che ha bisogno della rete e della TV per scuotere il sentimento. E riusciamo a sopportare il “rischio criminale”, che percepiamo intorno a noi. Ma anche il “rischio economico”, diffuso ovunque. Ancorati al territorio, riusciamo a “resistere”. E a “esistere”. Nella nostra “terra di mezzo”, il mondo “di sopra” e “di sotto” tendono a svanire. Tanto più se - e dove - disponiamo di solide reti di relazioni personali e sociali. Se - e dove - riusciamo a costruire occasioni di incontro e di partecipazione. Se - e dove - ci sentiamo e siamo meno soli. Perché insieme agli altri, in mezzo agli altri, - può sembrare banale, ma è vero - ci sentiamo meno insicuri. E più felici.

 

 Ilvo Diamanti