In due giorni una vita

 

In viaggio tra rimorsi e pianto

 

            Erano le tre del mattino e mezz'ora dopo l'aereo della Royal Air Maroc avrebbe decollato. L'aereoporto  Senou di Bamako era ancora stranamente affollato a quell'ora. Christelle non riusciva a stare ferma. Si alzava e si sedeva continuamente nell'attesa di imbarcarsi. Aveva gli occhi stanchi e pieni di paura. L'uomo che l'accompagnava, Monsieur Kaschi, era quello che le aveva fornito il biglietto aereo ed un passaporto falso, pagati con soldi ivoriani, cioè franchi cosiddetti CFA. L'avrebbe accompagnata fino a Bologna al fine di riprendersi il passaporto. Ma era davvero sola, adesso. I suoi vent’anni vissuti spensieratamente chissà come avrebbero retto a tutto quello che le stava succedendo. La sua mente in quel momento era concentrata a pregare Dio che le salvasse la madre da quel brutto male che in Mali non poteva curare. Aveva voglia di piangere ma non aveva neanche la forza per farlo. Sua madre stava morendo senza di lei e il padre gli era stato ammazzato un paio di mesi prima dagli ex ribelli del Nord. Era sola adesso.

            Appena entrata in aereo Christelle si affidò a monsieur Kaschi per individuare i posti a loro assegnati: “E' questo il tuo, 71 A, proprio accanto al finestrino”. Il suo sguardo era assente, sembrava che si trovasse in una stanza piena di fantasmi che gli volavano intorno. Il suo bellissimo viso, dolce e delicato, pareva vittima di un trauma interiore di cui ancora non era pienamente cosciente. Tutti i passeggeri intanto avevano preso posto e l'aereo cominciava le prime manovre di accensione. La rotta era Bamako-Bologna, con scalo a Casablanca. Dalla carta d'imbarco, che continuava a tenere in mano, leggeva continuamente gli orari di volo: alle 6,55 sarebbe atterrata a Casablanca per ripartire alle 8,20 ed arrivare a Bologna alle 12,25. Quale sorte le sarebbe toccata una volta giunta in quella sconosciuta città italiana non poteva immaginarlo, l'unica cosa che sapeva era di presentarsi alle autorità preposte, e avviare la procedura per il riconoscimento della protezione internazionale.     

            L'aereo prese il volo e  Christelle chiuse gli occhi. Qualche ora di sonno sarebbero state un toccasana per lei, ma era difficile riuscire a dormire. I fantasmi entravano e uscivano dalla sua mente. Stava scappando da un destino avverso e proprio in quel momento quante cose avrebbe voluto dire ai suoi genitori, cose mai dette, cose nascoste, come nascoste sono le monellerie di una ragazza di vent'anni. Certo, lei era una ragazza piuttosto vivace che, come si suol dire, faceva disperare i genitori, tanto che sia papà Hassan che mamma Louise ad un certo punto decisero di non metterle più troppi paletti, ma tre o quattro regole fondamentali a cui doveva rispetto. Tanto le monellerie le avrebbe fatte ugualmente, come quando, scappava via di casa i fine settimana, per andare a divertirsi ad Abidjan.  Era un amore smisurato che avevano per la loro unica figlia. In qualche modo, quell'amore, rappresentava una delle due dimensioni assolute della loro esistenza, l'altra erano le imprese commerciali che insieme si erano costruiti con anni di duro lavoro e fatica: quello era il loro secondo amore...

            I pensieri girano in quella notte assurda, e le sentinelle della coscienza urlano il loro altolà, come carcerieri di una vita che si è infranta in un specchio di ombre. I pensieri girano sempre, ma senza la direzione di una strada maestra. Vagano per le vie laterali dei ricordi, dove l'immagine dei propri genitori si sgretola continuamente, così come si è sgretolato il suo mondo. Sono strade tortuose, interrotte dai vuoti d'aria dell'aereo. E’ un tragitto colmo di ostacoli e di trappole, le stesse che hanno portato il suo destino dentro una vita che non è la sua, che non può essere la sua. Perché di quelle trappole lei non ne sapeva niente, l'agiatezza che Hassan e Louise avevano costruito attorno alla loro figlia, serviva in qualche modo a difenderla da tutto quello che in Costa d'Avorio stava succedendo, come, appunto, le fughe che  la ragazza programmava con dovizia di particolari.

            Aspettava che il venerdì pomeriggio i genitori uscissero di casa per recarsi al ristorante, pensava che presi dai problemi e dalla stanchezza di quei due giorni infernali di lavoro, non si sarebbero accorti di nulla. Il primo ostacolo da superare erano gli uomini della sicurezza che vigilavano sulla casa dei Barigalle. Le disposizioni che loro avevano a proposito di Christelle erano abbastanza chiare: uscire o rientrare ad una certa ora, di volta in volta indicata dai genitori. Lei sapendo che doveva ingraziarsi la benevolenza di quegli uomini, per farli tacere, li corrompeva con grosse cifre di danaro, visto che aveva comunque la possibilità di maneggiarne in buone quantità. S'incontrava poi col suo gruppo di amiche e in treno partivano per Abidjan. Anche se era in corso una sorta di guerra civile non sembrava proprio che questa potesse essere un ostacolo alla voglia di vivere la sua giovinezza in allegria. Nel suo troller rosa, che amava abbinare ai vestiti dello stesso colore,  teneva i suoi abiti più sexy per la sera, e nella sua borsa Dolce e Gabbana, tutte le cose che una ragazza di quell’età può avere, insieme a quattro cellulari ed un portafoglio colmo di banconote. Alla madre diceva che il padre non le aveva dato i soldi per il fine settimana, al padre diceva la stessa cosa della madre. Così sempre. Quando Hassan e Louise si accorgevano del trucco le facevano la solita romanzina, e tutto tornava come prima… La settimana seguente avrebbe fatto lo stesso gioco… Tutto sommato, per come si erano messe le cose a Bouake, che la ragazza passasse il suo tempo fuori dalla città, e soprattutto in luoghi protetti, dove la famiglia Barigalle era conosciuta, per loro andava pure bene.

            Una volta arrivata ad Abidjan con le amiche si recava all’Hotel Intercontinental, tra i più esclusivi della città, per prendere una stanza: ovviamente avrebbe pagato lei. L’Intercontinental per quelle giovani ragazze era una sorta di eldorado della bella vita: ricchezza e agiatezza allo stato puro, tra piscina e idromassaggio, colazione in camera e uomini di un certo livello da cui farsi corteggiare. Lì, Christelle era conosciuta da tutti, dal portantino, che ogni volta le faceva gli occhi dolci, e lei ricambiava con un sorriso, al portiere che appena la vedeva sapeva che stanza darle: “Buon giorno signorina Barigaulle, la stavamo aspettando, senza di lei questo hotel non è lo stesso!” Il suo nome era importante all’Intercontinental...

            Papà Hassan era conosciuto ad Abidjan, la sua scalata sociale era partita proprio da lì. Lui, libanese di nascita, sposato con una ivoriana doc, in pochi anni era riuscito a costruirsi a Bouake un piccolo impero commerciale. Prima un emporio, che in pochi anni diventerà tra i più grandi della città, e poi il ristorante Au Pacha, frequentato dal mondo ivoriano che contava. Per uomini d’affari, politici, militari francesi, turisti che provenivano da Abidjan era quasi un obbligo andare a mangiare da Hassan. C’è da dire che la famiglia Barigalle era ben integrata nel territorio, in pochi anni, infatti, riuscirono a costruirsi una posizione socio-economica alta, guadagnata con un impegno ed una dedizione al lavoro assolute. Una famiglia invidiabile per il contesto sociale di Bouake, anche perché era ben voluta da tutti. Era una delle tante famiglie non autoctone, cioè prodotto dei flussi migratori in Costa d’Avorio. Un ricco e affermato commerciante, insomma, libanese e cristiano... In un certo senso, questa sarà anche la sua condanna a morte...

            La notte in quell'aereo sembrava non passare mai. Christelle chiudeva e apriva gli occhi in continuazione. Poi guardava l'orologio, erano ancora le cinque, quasi due ore per arrivare a Casablanca. Si girava ogni tanto verso Monsieur Kaschi, ma quello dormiva beatamente, anzi era il più fantasma di tutti. Due ore per telefonare a Konate, l'amico di famiglia che aveva aiutato lei e la madre ad arrivare a Bamako e aveva anche contattato Monsieur Kaschi per il viaggio della ragazza.  Chiuse ancora gli occhi e per pochi secondi riuscì ad addormentarsi. Poi li riaprì. Erano terrorizzati. Scoppiò a piangere. Si mise le mani sul volto come per non farsi sentire, ma comunque tutti dormivano. Sua madre era morta. Ebbe un sussulto, come una sorta di presentimento. Forse di più di un presentimento perché lo sentiva dentro, era come se i suoi nervi fossero stati investiti da un maremoto invisibile. Aveva sentito qualcosa. Aveva sentito che mamma Louise era morta. Non riusciva a tenere le lacrime Christelle. Piangeva e singhiozzava come una bambina che si è persa e non trova più la mano che l'accompagna. Lei donna/bambina, lei ragazza/donna, con la sensibilità di una bambina, l'impudenza di una ragazza,  la caparbietà di una donna. Piangeva e singhiozzava: qualcosa le aveva comunicato che la sua mamma non c'era più. Adesso i pensieri si erano spenti, perché il pianto aveva rotto i circuiti dei ricordi, i suoi nervi ed i suoi muscoli erano a pezzi. Pianse fino alle sei del mattino, poi si addormentò per la stanchezza.

 

Scalo a Casablanca

 

            Il segnale di allacciare le cinture di sicurezza era scattato. Christelle dormiva ancora. Venne svegliata dall'hostess: “Scusami, ma devi allacciare la cintura!” Con gli occhi pesti e un gran mal di testa, per quanto aveva pianto, obbedì. I suoi nervi erano spenti. Quel macigno enorme che si stava portando appresso, sembrava schiacciarla. Ma lei con il temperamento della donna caparbia cercava di raccogliere le forze e non farsi travolgere. Lo stesso temperamento che due anni prima  rese felice suo padre. Papà Hassan voleva metterla alla prova, per vedere se i suoi insegnamenti, ad una figlia vissuta nel lusso, avevano sortito degli effetti. Un giorno, sempre in presenza di mamma Louise, le fece un regalo straordinario: due milioni di franchi ivoriani e le disse: “Fanne quello che vuoi!” Dietro quella frase però c'erano tanti significati. Ma anche una domanda fondamentale: cosa ne avrebbe fatto, proprio lei, di tutti quei soldi? Vestiti, borse, scarpe, eccetera. In effetti un sogno ce l'aveva: andare a studiare  Londra, nella parte economicamente più avanzata dell'Europa. Ma questo gli era precluso poiché il padre non la voleva così lontano da lui.      

            Per papà Hassan, una mattina di inizio estate del 2006, fu forse uno dei giorni più appaganti della sua vita. Mamma Louise già la sera prima gli aveva detto di tenersi libero per la giornata successiva poiché doveva portarlo in un posto molto particolare. Assolutamente ignaro di tutto, quella mattina uscì di casa con sua moglie che, alle insistenti richieste di spiegazione dell'uomo, rispondeva con dinieghi e mezzi sorrisi. Passarono con l'auto lungo la  strada del loro ristorante, duo o tre isolati dopo si fermarono proprio davanti ad un negozio. Si chiamava Boutique Renè era un negozio di cosmesi e bellezza femminile. Entrarono e furono accolti dalle due impiegate: “Buon giorno signori Barigaulle, vi stavamo aspettando.” L'uomo si girò verso la moglie con una smorfia, come per dirgli: “Ma che significa?” E lei gli rispose con quel mezzo sorriso ormai scolpito: “Aspetta un attimo che chiamo la padrona.” Entra in direzione e urla: “Allora Capo, fatti vedere...” Quando papà Hassan vide uscire da quella porta sua figlia, capì ogni cosa... Capì che il suo insegnamento era stato accolto, e che senza chiedergli aiuto la figlia aveva accettato la sfida del padre. Fu l'uomo più beato del mondo perché quei soldi Christelle li aveva investiti in un'impresa commerciale. Aveva fatto tutto lei, certo, con l'aiuto fondamentale di mamma Louise, ma era riuscita a mettere su un negozio legato al suo modo di essere, cioè quello dell'apparire, con una professionalità straordinaria. Scelta dei prodotti, fornitori, servizi di make-up, aveva pianificato tutto: due impiegate e lei alla gestione della contabilità. Non riusciva proprio a credere ai suoi occhi papà Hassan quella mattina...

            In quell'aereo Christelle sentiva che la tragedia in cui si era imbattuta non era una prova a cui la vita la stava sottoponendo, era di più: una violenza, attraverso cui le veniva strappata l'anima. Intanto l'aereo stava atterrando a Casablanca. Erano quasi le sette del mattino e fra poco avrebbe avuto notizie di mamma Louise. Una volta atterrati, i passeggeri scesero ordinatamente dalle scalette per il cambio d’aereo: c’era circa un’ora d’attesa. Stretta in se stessa Christelle si diresse  con Monsieur Kashi verso il controllo documenti e poi direttamente al gate per il nuovo imbarco. Andò a rimettersi un po’ in sesto in bagno e dopo si posò su una poltroncina. Prese il cellulare e telefonò. Konate ci mise un pò per rispondere. Quando la ragazza iniziò a parlare, l’uomo rimase in silenzio e poi pronunciò le parole: “Fatti forza, tesoro, la mamma non c’è più…” Christelle non disse niente, restò muta. L’uomo, dall’altra parte del telefono cercò di confortarla con parole dolci. Poi si salutarono.

            Christelle restò seduta e iniziò a piangere, un pianto sacrificale più che catartico. Piangeva sola con se stessa, per quella vita che gli era stata portata via… Piangeva e singhiozzava, erano spasimi di pianto che non riusciva a contenere, che non voleva contenere. Monsieur Kaschi la guardò per un attimo impietosito e poi si girò dall'altra parte.  Davanti a lei c’era un’altra ragazza seduta, che la osservava con uno sguardo anch’esso sofferente. Le si avvicinò, si sedette accanto a lei, le accarezzò i capelli intrecciati come tante ragazze africane usano portare. Non le disse niente, semplicemente la abbracciò e le porse la sua spalla per piangere. Christelle si strinse forte a quella sconosciuta. Una piccola boa fatta di calore umano per quell’anima strappata.

            Si chiamava Désiré, era congolese, anche lei era in fuga e anche per lei due giorni avevano segnato per sempre la sua vita. Il primo giorno fu quando entrarono in casa sua,  in un villaggio vicino a Kinshasa, un gruppo di ribelli. Per un mese la stuprarono quasi ogni sera davanti ai propri figli, picchiando il marito. Il secondo giorno fu quando, uno dei quattro figli di undici anni protestò mentre stupravano la sua mamma. Due di quelle belve si occupavano della donna, un altro prendeva il piccolo per i capelli, sparandogli in testa. Quel giorno i ribelli portarono via il marito da una parte e lei da un’altra, mentre gli altri tre figli riuscirono a fuggire…

 

Un’altra vita da vivere

 

        Désiré teneva Christelle per mano durante l’attesa al gate, scambiandosi a vicenda sguardi di conforto. Anche lei era con un uomo che le aveva fornito un biglietto per Bologna ed un passaporto falso: come prassi se lo sarebbe ripreso una volta atterrati in Italia. Le due ragazze fecero subito amicizia, e nell’attesa di imbarcarsi riuscirono a trovare la voglia di scherzare, prendendosi gioco dei loro accompagnatori. Una volta entrati nell’aereo le ragazze chiesero loro di potersi sedere insieme, per affrontare l’ultimo pezzo del viaggio.

Christelle sembrava un pò più tranquilla grazie all’incontro con quella sconosciuta. Tra una parola e l'altra scambiata con Désiré la sua mente ogni tanto si astraeva. I ricordi tornavano ai genitori e al suo passato. Adesso aveva ben chiaro cos'era successo in quel secondo giorno che le avrebbe cambiato la vita: era il giorno che uccisero suo padre.

Dopo la nomina di Soro a capo del governo, Bouake si trovò a vivere un vero e proprio sconquasso ai vertici del sistema di gestione del territorio. Il Presidente Gbagbo aveva annunciato l'evento, sottolineando che gli ex ribelli dovevano consegnare le armi, per poi entrare nell'esercito regolare. Tra la popolazione del nord affiorava la speranza che quegli anni di violenza e instabilità fossero giunti al termine. I commercianti e gli imprenditori levarono un sospiro di sollievo: finalmente il pizzo ai ribelli non doveva più essere pagato. Ma questa euforia durò poco perché da  quasi subito si capì che le cose anziché migliorare erano destinate a peggiorare. A molti capi clan non veniva riconosciuto un inserimento nell'esercito ad un grado superiore e altri non erano neanche stati pagati. I clan ritornavano sul territorio a saccheggiare la popolazione. Tornarono all'assalto dei commercianti e degli imprenditori per  riscuotere i “sospesi”. Bouake diventava ancora più pericolosa, poiché quel minimo di “regolamentazione del saccheggio” garantita da Soro non esisteva più. I clan erano sempre più affamati e la situazione di anarchia sempre più dilatata.

Hassan Barigalle fu uno dei primi ad essere preso di mira. Gli venne chiesto un enorme quantità di denaro, maggiore rispetto a quella estorta da Soro. I primi mesi decise di pagare, anche per capire se la “normalizzazione” prima o poi sarebbe arrivata. Poi, non riuscì più a pagare. Le somme richieste erano altissime e le imprese cominciarono a subire un collasso finanziario. Egli non era più in grado di pagare, del resto non poteva chiedere  aiuto a nessuno. Il governo nazionale gli aveva consigliato a suo tempo di andare via ma lui e la sua famiglia decisero di restare, era considerato ufficialmente un uomo poco gradito proprio perché, anziché andarsene, aveva contribuito a mantenere i ribelli... E Soro, l'uomo che in quegli anni l'aveva protetto, era paradossalmente diventato capo di quel governo. Hassan era rimasto solo a combattere contro la guerra, purtroppo era diventata la sua guerra: ecco l'ultima maschera, è quella dell'eroe.

Subiva continue minacce, gli ripetevano che l'avrebbero ammazzato, che avrebbero bruciate le imprese, che avrebbero preso sua moglie e sua figlia. Una sera, mentre era a cena con la sua famiglia, disse loro che la situazione stava precipitando. L'idea era quella preparare una via di fuga per le donne verso Abidjan. Lui sarebbe rimasto a Bouake fin quando la situazione non si fosse normalizzata. Bisognava chiudere, per il momento, l'emporio e la boutique di Christell, e lasciare aperto solo il ristorante: poi resistere. Dopo chiamò Konate, vecchio e fedele amico di famiglia, e gli chiese di accompagnare mamma e figlia ad Abidjan, ma erano necessari alcuni giorni per far tutto, soprattutto bisognava organizzare la dialisi per Louise, poiché era ammalata di insufficienza renale. Nel frattempo si era procurato una pistola  che sistemò dentro la cassaforte del ristorante, insieme ai soldi. Gli uomini del clan presto sarebbero tornati e lui voleva che moglie e figlia fossero fuori da Bouake il prima possibile.

            Finalmente il giorno era arrivato. Aveva appuntamento con Konate al ristorante. Dopo la chiusura, sarebbero tornati insieme a casa sua. L'amico avrebbe dormito lì quella notte e poi sarebbe ripartito per Abidjan la mattina seguente insieme a Louise e Christelle. Quella sera però i due non si videro perché gli eventi precipitarono all'improvviso. In effetti quella sera Konate ritardò l’incontro, e forse questo gli salvò la vita. Alla chiusura, si presentarono gli uomini del clan. Scesero in cinque da un'auto rubata, armati fino ai denti. Fecero uscire tutto il personale rimasto e restarono soli con Hassan. Intanto gli chiesero tutto l'incasso della giornata, ma solo come acconto. Hassan aprì la cassaforte ma non ebbe neanche il tempo di prendere la pistola perché fu fulminato da una scarica di mitragliatrice. Saccheggiarono il ristorante e poi gli diedero fuoco. Il corpo di Hassan rimase dentro a bruciare insieme a quella che era la parte più prestigiosa del suo piccolo impero commerciale. Quando Konate arrivò vide il locale in fiamme e tanta gente fuori che assisteva impotente a quello spettacolo orribile. Riconobbe un vecchio commensale del Pacha, era con la lacrime agli occhi: “Hassan è morto! L'hanno ammazzato. Devi avvisare Louise, perché la stanno cercando vogliono i soldi! Vogliono i soldi!”. Konate telefonò alla donna dicendole di  andare via  immediatamente da casa e cercare un nascondiglio, e che l'avrebbe raggiunta. Le comunicò in modo concitato che era successo qualcosa a suo marito e che dovevano uscire immediatamente da quella casa. Louise e Christelle misero i bagagli, che già avevano preparato per la mattina seguente, in auto e raccolsero tutti i soldi e le cose di valore che c'erano in casa. Si diressero immediatamente da una vecchia amica della donna, di etnia Dioula, e lì ripararono.

            Si nascosero per quasi un mese. La situazione stava evolvendo in modo drammatico poiché ad Abidjan non potevano più andare, la linea di confine tra nord e sud era controllata dagli ex ribelli e visto che le due donne erano ricercate, il viaggio sarebbe stato troppo rischioso. L'unica possibilità era il Mali. Più giorni passavano e più il rischio di essere prese aumentava. Quindi si doveva andare subito nel paese confinante. Per  Louise questo voleva dire comunque la morte, perché lì la dialisi non poteva farla. Ma lei doveva pensare a sua figlia, quantomeno a metterla nella condizione di poter avere un'altra vita da vivere. Ecco che la maschera dell'eroina assume significato in nome della genitorialità. Il sacrificio ha in se  una connotazione simbolica che va al di là del gesto stesso perché diventa il senso di una storia. A bordo di un camion guidato da Konate, una notte di inizio estate del 2008, Louise e Christelle partivano per Bamako. Qui restavano un mese giusto il tempo per organizzare la fuga di Christelle per l'Europa. Ma qui finisce anche la storia della Famiglia Barigalle. Una storia che non è come tante altre, ma che come tante altre descrive il mondo come noi non lo vogliamo conoscere...

            L'aereo sta per arrivare a Bologna, il viaggio delle due ragazze è quasi finito. Le loro vite, appese ad un destino che le ha tradite, avranno per molto tempo solo un presente e non un futuro. Dovranno vivere giorno per giorno e sperare che tutto vada bene. Appena scendono dalla scaletta dell'aereo Christelle e Désiré si tengono sempre per mano e cercano di confortarsi l'una con l'altra. Raggiunti i bagagli i due  accompagnatori recuperano i passaporti e consigliano loro di andare alla stazione dove c'è un posto di polizia, le salutano e vanno via. Le due ragazze si fanno forza, si avvicinano al bar per comprare dell'acqua. Mentre sono in fila alla cassa, alle loro spalle ci sono due uomini in giacca e cravatta, che sembrano tornare  da un viaggio d'affari. Discutono amabilmente degli ultimi sbarchi a Lampedusa. Ma le ragazze non possono capirli, perché ancora non parlano l'italiano.

            “Ma perché non se ne stanno a casa loro questi. Ma cosa credono di trovare qui... Non c'è lavoro neanche per gli italiani, e vengono da noi...”

            “Secondo me anziché farli venire qui, gli Stati dovrebbero fare in modo che il lavoro lo trovino a casa loro... Noi staremmo meglio e loro sarebbero più contenti di restare nel loro paese...”