IL MIO NOME E’ SOPHIE

 

Il mio nome è Sophie, ho trent’anni e sono nata nella città di Younde, la capitale del Camerun. Non ho mai conosciuto il mio vero padre perché appena nata abbandonò me e mia madre al nostro destino.

 

Mia madre si era sposata con un uomo di religione musulmana, lei che era cristiana. Così, fu costretta a rinunciare al suo credo per l’islamismo. In Camerun i territori del sud sono a prevalenza cristiani, mentre il nord è musulmano. E’ lì infatti che mia madre si trasferì per seguire il mio patrigno. Io non ho mai rinunciato al mio credo, sono sempre rimasta cristiana.

 

Quando compì il mio quattordicesimo anno il mio patrigno iniziò ad abusare di me. Ma durò poco perché mi vendette ad un uomo di 50 anni che aveva altre mogli: io ero in sostanza una specie di concubina, e da lui ebbi i miei tre figli. Dopo pochi anni egli morì e il mio patrigno venne a riprendermi. Da allora non ho mai più visto i miei figli.

 

Quando mio padre venne a riprendermi avevo paura di quello che avrebbe potuto farmi. In quel periodo aveva contratto un debito con un commerciante musulmano del nord e per saldarlo mi vendette nuovamente, così diventai la quinta concubina di quest’altro uomo.

Quasi subito quest’uomo prese a brutalizzarmi, perché voleva impormi di abbandonare la mia religione, cosa per me insopportabile. Mi obbligava a coprirmi il capo con il velo e frequentare ambienti di culto islamici e quando mi rifiutavo dovevo subire le umiliazioni più crudeli.

 

Mi chiudeva dentro una stanza, dove ripetutamente subivo sevizie sessuali. Avevo il diritto di un pasto al giorno e mi veniva vietato di uscire dalla camera. Venivo picchiata continuamente. In questa stanza ero obbligata a stare nuda e queste umiliazioni erano finalizzate a piegarmi alla sua volontà.

 

Un giorno, a causa delle bastonate e della scarsa alimentazione, persi conoscenza, ma mi fu impedito di andare all’ospedale. Questo calvario durò più di un mese. Quando si allontanò da casa per un viaggio d’affari, la sua prima moglie mi liberò. Fu così che mi rifugiai nella missione cattolica della città.

 

Restai alla missione per un paio di mesi. In quel periodo stavo molto male, avevo sempre dolori al basso ventre per le sevizie subite. Una notte quel mostro venne a riprendermi alla missione. Era accompagnato dai fedeli della moschea, armati di macete e di bastoni, avevano anche due taniche di benzina per appiccare il fuoco alla chiesa. Minacciarono il sacerdote che mi stava proteggendo, padre Roland. Poi appiccarono il fuoco all’atrio della missione.

 

Padre Roland denunciò il fatto alla polizia, ma in Camerun le forze dell’ordine non sono come in Italia, se paghi puoi ottenere qualsiasi cosa. Fu così che mi arrestarono. Mi tennero quattro giorni in galera, quelli furono veramente i giorni più terribili della mia vita. Ogni notte venivo ripetutamente violentata dai secondini di turno. L’ultimo giorno ero convinta che non sarei riuscita ad uscire viva da lì. Non avevo neanche più la forza di pregare Dio.

 

Venne Padre Roland a liberarmi, dopo aver contrattato il prezzo per la mia scarcerazione. E’ a padre Roland che devo la mia vita, perché in pochi giorni organizzò il mio viaggio di fuga verso l’Italia. Una volta arrivata in Italia scoprii di essere incinta. Dopo avere abortito, grazie all’intervento dei servizi sociali, ho fatto domanda di protezione internazionale. Quando mi è stato comunicato che l’Italia mi aveva concesso l’asilo politico il mondo ha assunto dei colori diversi, i colori della vita…