In fuga dal Sud Sudan,

Etiopia terra promessa

 

Nei campi profughi 650 mila persone.

I disperati che vogliono vivere

 

 

   Ansa  di Eloisa Gallinaro  - 12 novembre 2014

 

Hanno bisogno di tutto ma soprattutto di cibo: sono i 650 mila rifugiati nei 24 campi profughi dell'Etiopia che sopravvivono grazie ai cereali, allo zucchero e all'olio che il Pam, il Programma alimentare mondiale dell'Onu, distribuisce per evitare una catastrofe umanitaria ancora peggiore. Erano 450.000 mila fino a dieci mesi fa, soprattutto eritrei e somali, ma anche sudanesi e sud sudanesi: poi, a partire da dicembre, sono arrivati altri 200.000 disperati sud sudanesi spinti al di qua del confine, nell'area di Gambella, dalla guerra civile tra i 'lealisti' di etnia dinka del presidente del Sud Sudan Salva Kiir e i 'ribelli' nuer del suo ex vice Riek Machar.

 

Tendopoli sterminate messe su dall'Unhcr, l'Agenzia dell'Onu per i rifugiati, magazzini di tela cerata o di lamiera per stivare tonnellate di cereali del Pam. La gente in fila per avere le razioni e prendere l'acqua, o per terra, in attesa del nulla. E i bambini, tanti, un po' vestiti e un po' no. I più piccoli in braccio alle madri, gli altri che provano a giocare: tra la polvere e le mosche dove c'e' il sole, tra il fango e le mosche dove piove. Sempre scalzi.

 

Ma non è finita. La pace è ancora lontana nel più giovane stato del pianeta, indipendente da Khartoum dal 2011. E i Paesi vicini, Etiopia in testa ma anche Kenya, Uganda, addirittura Sudan, sono l'unica possibilità di salvezza. La stagione delle piogge sta finendo e da gennaio le operazioni militari potrebbero essere più intense. "Si rischia una nuova ondata di migliaia di profughi" e "dobbiamo avere la possibilità di aprire altri campi", si preoccupa Jacob Asens, responsabile del Programma Rifugiati del'Echo, il Dipartimento per gli aiuti umanitari della Commissione europea che nel 2014 ha finanziato aiuti umanitari e progetti di sviluppo per 37 milioni di euro.

 

Bisogna essere pronti, è il coro comune dei funzionari in Etiopia dell'Unhcr, del Pam, dell'Echo. Soprattutto negli 'Entry Point', i varchi attraverso i quali i profughi arrivano in Etiopia e dove sono approntati i centri di prima accoglienza. Come quello di Pagak, nell' Etiopia occidentale al confine col Sud Sudan. Da qui sono entrati 90 mila disperati e qui, nelle prossime settimane, ne potrebbero arrivare altre migliaia. Di la', a qualche metro, la guerra civile di Juba, di qua razioni di cibo e tendoni. L'acqua del fiume Gikow gonfiato dalla pioggia, proprio sul confine, per fare il bagno. Qualche giorno di sosta per i profughi stremati -  tante le donne e i bambini nutriti anche con gli 'High Energy Biscuits' per evitare il tracollo - e poi il trasferimento nei campi piu' interni e piu' organizzati.

 

   Ma ora da qui non ci si puo' spostare. In 3 mila sono bloccati da tre mesi per le alluvioni che hanno reso impraticabili molte zone, e i campi della regione di Gambella sono pieni. Solo in quello di Kule, una trentina di chilometri piu' in la' e aperto a maggio, ci sono 45 mila persone. A Leichtuor, a 120 chilometri, che ha sofferto più di tutti per le inondazioni, i rifugiati sono quasi 48 mila. Tierkidi ospita circa 49 mila sud sudanesi. Dappertutto in maggioranza sono donne e bambini. Gli uomini sono rimasti al di là della frontiera, a combattere.

 

   L'Etiopia, che ha scelto una politica di 'open door', è il Paese africano con il maggior numero di rifugiati. E solo ai sud sudanesi sono state distribuite da dicembre, quasi 20 mila tonnellate di cibo, per un valore totale che entro la fine dell'anno arrivera' a 30 milioni di dollari. Ma servono altri soldi: per sfamare tutti i 650.000 - affermano fonti del Pam ad Addis Abeba - almeno 44 milioni di dollari entro marzo 2015.  

 

   Non tutti ce l'hanno fatta a scappare. Un milione di civili, c'è chi dice due, hanno abbandonato case e villaggi, orti e bestiame e sono intrappolati all'interno dei confini sud sudanesi senza risorse. Ogni giorno, più volte al giorno, dagli aeroporti di Gambella, Asosa, Jimma, decollano i quattro Ilyushin-76 e i due C-130 del Pam. Da marzo hanno lanciato quasi 30 mila tonnellate di cibo. "Ma se non si arriva alla pace - avverte Walid Ibrahim, capo della impeccabile logistica del Pam in Etiopia - ci sara' bisogno di lanciare generi alimentari per tutto il 2015".

 

La carestia minaccia

il paese più giovane del mondo

 

   Internazionale - 7 luglio 2014


Una distribuzione di cibo a Minkaman, in Sud Sudan, il 27 giugno 2014. (Andreea Campeanu, Reuters/Contrasto)

 

Il 9 luglio il Sud Sudan compie tre anni, ma i motivi per festeggiare sono pochi, con la popolazione oppressa da carestia e violenze.

Dopo dieci anni di guerra con Khartoum, il referendum del 9 luglio 2011 aveva portato alla creazione di uno stato indipendente. Ma nel 2013 le rivalità all’interno del governo tra le forze fedeli al presidente Salva Kiir e quelle vicine all’ex vicepresidente Riek Machar, accusato di orchestrare un colpo di stato, sono degenerate in una guerra civile. Decine di migliaia di persone sono morte e un milione e mezzo di abitanti sono profughi. E, con il conflitto ancora aperto, la carestia è sempre più vicina: “Le Nazioni Unite hanno solo il 40 per cento dei fondi necessari per gli aiuti umanitari: manca ancora un miliardo di dollari. Milioni di persone dovranno affrontare una crisi alimentare estrema”, ha denunciato il Comitato d’urgenza per le catastrofi, un’associazione di ong britanniche.

 

Secondo gli esperti delle Nazioni Unite, quest’anno le piogge saranno un po’ inferiori alla media, ma la crisi alimentare è da attribuire al conflitto in corso, che ha danneggiato in particolare le attività agricole, e non alle condizioni climatiche. Il 1 luglio, Medici senza frontiere aveva denunciato l’attacco contro sei ospedali, saccheggiati o bruciati, e l’uccisione di almeno 58 pazienti.

 

Liberata la donna condannata

a morte per apostasia

 

   Internazionale - 24 giugno 2014


Meriam Yehya Ibrahim nel carcere di Khartoum, in Sudan, con sua figlia appena nata, il 5 giugno 2014. (Al Fajer, Ap/Lapresse)

 

“Sono molto felice”, ha detto il marito di Meriam Yehya Ibrahim, Daniel Wani, raggiunto al telefono dal Guardian dopo la liberazione di sua moglie il 23 giugno.

Wani ha detto che Meriam e i due figli, di cui la più piccola è nata in prigione, stanno bene ma tutta la famiglia è stata portata in un luogo sicuro per paura di ritorsioni.

 

L’11 maggio un tribunale sudanese aveva condannato a morte Meriam, 27 anni, con l’accusa di apostasia, cioè il rinnegamento della propria fede religiosa. La donna è stata cresciuta dalla madre come cristiana ortodossa dopo che il padre, musulmano, le aveva abbandonate. Secondo la legge sudanese, però, vista la sua ascendenza paterna dovrebbe essere considerata di fede islamica.

 

Nell’agosto del 2013 un uomo che si era qualificato come suo parente aveva denunciato il suo matrimonio con un cristiano del Sud Sudan, Daniel Wani, che è anche cittadino statunitense. Meriam era stata quindi condannata anche per adulterio, perché il suo matrimonio con un uomo cristiano non è considerato valido dalla sharia. Per questo motivo le sono state inflitte 100 frustate. Il tribunale aveva dato alla donna tre giorni per rinunciare alla fede cristiana, ma lei si era rifiutata.

 

La sua vicenda aveva varcato i confini del Sudan e vari appelli e proteste avevano chiesto la liberazione della giovane donna.

 

SOMALIA. Jihadisti Shabaab

attaccano il parlamento a Mogadiscio

 

   notiziegeopolitiche.net  di Giacomo Dolzani - 24 maggio 2014

autobomba

Un grave attentato è avvenuto oggi davanti al parlamento di Mogadiscio, i responsabili sarebbero i miliziani del gruppo jihadista al-Sabaab, affiliato ad al-Qaeda e molto attivo nel paese africano.


Secondo quanto comunicato dalle forze di sicurezza della capitale somala un’autobomba è esplosa nei pressi dell’entrata del palazzo dove ha sede il parlamento, situato nel centro della città, ed in seguito alla deflagrazione si è verificata una sparatoria tra polizia ed attentatori.
Il numero delle vittime non è ancora noto con sicurezza anche se pare siano comunque numerose: ci sarebbero quattro morti accertati tra gli uomini della sicurezza che si trovavano nel palazzo ed altrettanti tra i terroristi, uccisi dai militari nel successivo scontro a fuoco; non ci sono ancora cifre certe sul numero di civili coinvolti.


L’attacco è stato immediatamente rivendicato dai terroristi Shabaab che, tramite il loro portavoce, Abdulaziz Abu Musab, ribadiscono ancora una volta di non riconoscere il governo e che “il sedicente parlamento somalo è una zona militare”.


Dopo la caduta del loro regime, sotto il quale soggiaceva gran parte della Somalia meridionale, rovesciato dall’esercito della coalizione internazionale guidata dall’Onu, i miliziani sono in gran parte fuggiti nell’entroterra, riorganizzandosi e dedicandosi ad attentati contro militari e sedi delle istituzioni, nel tentativo di destabilizzare il paese.

 

Sud Sudan. Siglata la pace

tra Governo e ribelli;

apertura di corridoi umanitari

 

notiziegeopolitiche.net  di Giacomo Dolzani - 10 maggio 2014

sud_sudan_pace

 

Nonostante le speranze di successo fossero quasi nulle, nel vertice tenutosi ad Addis Abeba è stata siglata una tregua tra il governo sudsudanese di Salva Kiir ed i ribelli alla guida dell’ex vicepresidente Riek Machar, con l’obbiettivo di porre fine ai combattimenti che da ormai cinque mesi stanno insanguinando il giovane paese africano.
Nonostante accordi di questo tipo siano spesso stati visti andare in fumo, anche soltanto dopo pochi giorni, la speranza della comunità internazionale in una relativa stabilizzazione del paese non sembra più un’utopia: il segretario di Stato Usa, John Kerry, ha infatti espresso tutta la sua soddisfazione in un comunicato, affermando che questa intesa “potrebbe essere una svolta per il futuro del Sud Sudan”; nel trattato infatti entrambe le parti accettano di cessare i combattimenti entro 24 ore e acconsentono alla creazione di corridoi umanitari, necessari al personale delle Nazioni Unite ed agli attivisti delle molte organizzazioni non governative che operano nel paese per portare gli aiuti necessari al sostentamento della popolazione.
A dare la notizia è Seyoum Mesfin, mediatore designato dall’Igad (Intergovernmental Authority on Development), l’organizzazione per lo sviluppo dei paesi del Corno d’Africa, dicendosi (forse troppo) sicuro che verrà raggiunta la pace.
In seguito ad un rimpasto di governo voluto da Salva Kiir, trasformatosi poi in un’epurazione ai danni dei suoi avversari politici, il vicepresidente Riek Machar venne destituito il 23 luglio 2013 dalla sua carica; si generò quindi un clima di scontro, dominato da reciproche accuse di autoritarismo, sfociato, la notte del 15 dicembre, in un tentativo di golpe guidato dallo stesso Machar, ex generale, il quale alla guida dei comparti dell’esercito a lui fedeli attaccò caserme e diversi punti strategici di Juba, venendo però sconfitto dalle truppe fedeli al governo.
Il conflitto non si è però fermato, bensì si è esteso a tutto il territorio nazionale, soprattutto negli stati settentrionali, dove sono situati i principali distretti petroliferi. Gli introiti derivanti dall’esportazione del greggio rappresentano infatti il 98% delle entrate del Sud Sudan, per cui controllare i pozzi significa tenere in mano l’intera economia del paese.
Lo scoppiare del conflitto ha però fatto riemergere anche le latenti tensioni fra le diverse etnie, identificatesi poi con i rispettivi leader in lotta, i Nuer di Machar ed i Dinka di Kiir, trasformando una guerra nata per ragioni politiche in un conflitto etnico e portando, di conseguenza, ai massacri che hanno smosso l’opinione pubblica internazionale.
La conseguenza peggiore di questa guerra civile sono stati, come spesso accade, gli effetti che ha avuto sulle condizioni della popolazione civile: la situazione già disperata in fatto di disponibilità di cibo e medicinali è stata infatti enormemente aggravata dalla distruzione di gran parte delle coltivazioni, causando la decimazione del raccolto dei cereali, cosa che secondo la Fao per la seconda metà di quest’anno rischia di causare una carestia che coinvolgerebbe 5 milioni di persone.
Nel caso dovesse reggere, questa tregua rappresenterebbe quindi una piccola speranza di riuscire a scongiurare l’ennesima catastrofe umanitaria.

 

 

Sud Sudan, un mondo dimenticato

 

 

Stefano Bolzonello è un cooperante italiano che ha vissuto gli ultimi due anni a Juba, capitale del Sud Sudan. Non si parla praticamente mai della situazione del più “giovane” Paese del mondo, nato con il referendum del 2011. Dopo il brevissimo periodo di euforia per l’indipendenza, il Sud Sudan ha dovuto fare i conti con la guerra e la povertà, mali endemici in Africa. Come per il vicino conflitto centrafricano le ragioni delle violenze vanno ricercate sicuramente in dissidi etnici, ma soprattutto negli appetiti economici delle grandi potenze globali. In questa intervista concessa a Unimondo, Bolzonello, non ignaro di questo scenario, cerca di raccontarci cosa succede tra la popolazione, con uno sguardo “dal basso” che ci fa capire la situazione molto meglio dei “lanci di agenzia” del circuito mediatico internazionale.

 

Può raccontarci come nasce la sua esperienza?

 

Ho lavorato negli ultimi 2 anni a Juba, la capitale del Sud Sudan, con l’associazione OVCI la Nostra Famiglia, che si occupa di disabilità in Italia e all’estero.

Ho collaborato ad un progetto di Riabilitazione su Base Comunitaria, con l’obiettivo di sostenere le famiglie e le realtà sociali (scuole, gruppi) a prendersi cura anche delle persone con disabilità: il progetto prevede che un gruppo di colleghi locali segua a domicilio circa 150 persone all’anno, oltre a percorsi di formazione nelle scuole per alunni e insegnanti, assemblee comunitarie, incontri con i leaders dei quartieri della città per sensibilizzare sulla presa in carico di tutti.

 

Bellissima opportunità che mi ha permesso di incontrare tante persone, di entrare in tante case, di partecipare a incontri e conoscere storie.

 

Quando è arrivato in Sud Sudan, come era la situazione?

 

Sono arrivato percependo l’onda lunga della gioia per l’indipendenza celebrata pochi mesi prima, ma il re è nudo in fretta quando la vita continua ad essere fragile.

Fragilità di uno stato africano nato da poco: confini non ancora definiti

 (soprattutto nelle zone petrolifere), costo della vita molto alto dal momento che in loco si produce poco o nulla, dipendenza economica dal petrolio che obbliga a continue trattative con il Sudan, paese da cui ci si è appena staccati che però ha l’unico oleodotto utile per portare il petrolio ad un porto. Le infrastrutture sono molto carenti, c’è solo una strada asfaltata che collega Juba al confine ugandese, il resto sono piste di terra inservibili per dei mesi nella stagione delle piogge.

 

L’apparato statale è grande ma funziona poco e male: insegnanti pagati poco che stanno assenti da scuola, stipendi pagati con ritardo anche di mesi. Negli uffici pubblici non c’è niente per lavorare né una direzione chiara: scrivanie vuote, non c’è la carta per le lettere, non ci sono i mezzi per spostarsi. Ogni attività ha bisogno di denaro extra: se convochi una riunione, spesso bisogna provvedere a pagare il trasporto ai partecipanti, sennò la volta seguente non vengono più.

 

Come è evoluto il clima generale?

 

Nel tempo ho sentito uno scollamento tra il sentimento di appartenenza al Sud Sudan e il ri-sentimento verso una situazione di precarietà che resta faticosa da vivere. Si può parlare di delusione? Credo di sì.

 

La classe dirigente è la “cerniera” tra un ideale alto di un paese libero e la realtà povera; classe dirigente a cui chiedere il cambiamento e su cui riversare il proprio malcontento per quello che non va. In questa situazione di fragilità diffusa, la via dell’uomo forte, del leader che risolve i problemi sembra la più affascinante e veloce.

 

L’altra “scorciatoia” è la via dello scontro etnico: il Sud Sudan è un paese segnato da moltissimi anni di conflitto anche interno, da tradimenti e alleanze tra i vari comandanti appartenenti a gruppi diversi che negli anni del grande conflitto col Sudan hanno sviluppato piccoli o grandi “feudi” su cui far pesare adesso la loro influenza.

 

Due generazioni di guerra e isolamento, l’analfabetismo diffuso, la presenza di risorse, le lotte per il potere degli ex comandanti militari che si trovano a gestire uno stato e non una caserma, la massiccia “contaminazione” dall’esterno (sia per affari che nel settore umanitario) difficile da gestire: ingredienti che hanno portato alla crisi politica e poi civile dell’anno scorso, con il cambio di governo a luglio e le violenze scoppiate a dicembre.

Cosa le ha colpito maggiormente del recente conflitto?

 

Le violenze di fine 2013 mi hanno sorpreso per la velocità e l’intensità con cui si sono diffuse, non per la violenza in sé: il riconoscimento di uno stato dall’esterno non basta per farlo riconoscere anche “dall’interno”, dalle persone che ci abitano. Questo è un percorso lungo, che richiede tempo, interesse e competenza. Chiuso in casa con i colleghi mentre fuori sparavano, mi chiedevo come avrebbero fatto i vicini di casa a tornare a fidarsi gli uni degli altri, a mandare i figli nelle stesse scuole, a fare la spesa negli stessi mercati.

 

Lavorare sulle relazioni sociali è necessario tanto quanto costruire un palazzo del ministero, e servono entrambi per far funzionare il paese. Per quello che ho visto, la costante logica di emergenza non supporta lo sviluppo di uno sguardo sul lungo periodo, sia nella gestione della cosa pubblica sia nei progetti di aiuto.

 

Nei giorni successivi alla crisi, con migliaia di persone accampate nel terreno delle Nazioni Unite a Juba, non c’era nessuna organizzazione in grado di occuparsi del loro sostegno psicologico, secondo me un dato eloquente. Certamente distribuire cibo e teloni è importante, ma se non si lavora anche sulla costruzione di appartenenza non si va lontano.

 

Ora c’è la percezione di un’attesa di qualcosa: a Juba vige ancora il coprifuoco alle 23, ci sono moltissimi militari, l’orecchio da una parte ai negoziati di pace di Addis Abeba che proprio non decollano, dall’altra agli scontri nel resto del paese che sono violenti e offuscano il futuro.  

 

Ci sono segni di speranza?

 

Sulla costruzione di identità e di appartenenza non si scappa dalla scuola: un paese giovanissimo deve investire sulla scuola per il futuro.

 

Mi ha colpito a Juba la rincorsa a tutti i livelli di certificati, diplomi, titoli di studio, lauree. Persone giovani e adulte che cercano di migliorare la propria posizione sociale anche attraverso lo studio.  Ecco, al di là delle motivazioni per cui le persone si iscrivono, credo che questa rincorsa sia una grande opportunità per il paese: questi corsi, dalle scuole elementari alle università, potrebbero essere “palestre dello stare insieme”, per creare legami, relazioni e consapevolezza di un tessuto sociale che va certamente mutando.

 

Può raccontarci qualche storia particolare?

 

Michael è un bambino di tre anni ormai. Ha avuto una paralisi celebrale che lo rende incapace di camminare, di parlare, di deglutire cibi solidi. Sua madre Mary è venuta a Juba con lui due anni fa da un villaggio distante cento chilometri, quando le han detto che quel bambino “malato” poteva essere curato in capitale in un centro per bambini disabili. E lei è partita da sola, con i tre figli di uno, quattro e sei anni. Si è costruita una baracca con pali di legno e due teloni vicino al mercato, dentro c’è una sedia e un vecchio materasso che si inzuppa quando piove perché i teloni del tetto non tengono più.

 

Nei giorni caldi Mary vende acqua: ne compra una tanica, compra e mette il ghiaccio, poi la divide in bottigliette che raccoglie per strada e la rivende ai negozianti del mercato sotto il sole.

 

Due volte a settimana viene al centro di riabilitazione per le terapie del figlio: ogni volta si aspetta di vederlo camminare, anche se le à stato detto che non succederà. In braccio a lei Michael sorride sempre.  

 

Nel Paese è anche importante il ruolo delle donne…

 

All’interno del progetto abbiamo dato un piccolo prestito ad un gruppo di cinque donne per aprire un ristorante locale e aiutare così le loro difficili situazioni familiari. Avrebbero dovuto aprire il giorno in cui sono cominciati gli scontri a Juba a dicembre, invece sono scappate o sono rimaste ovviamente chiuse in casa.

 

A metà gennaio si sono ritrovate per aprire: dopo i primi quattro giorni in cui i clienti erano pochi, tre di loro hanno lasciato il gruppo dicendo che non si guadagnava abbastanza ed era meglio restare a casa. Un’altra aveva il figlio malato e non si è più presentata. L’ultima ha tenuto duro. A inizio gennaio ha riaperto una scuola professionale proprio vicino al ristorante: ogni giorno gli studenti vanno a mangiare lì, le venti sedie sono sempre poche per le persone che arrivano, gli affari vanno bene. Prima di partire, ho chiesto un incontro con le donne del ristorante: ora sono in quattro, quelle che avevano lasciato sono tornate quando hanno visto che il lavoro c’è e funziona.

Ecco, un grazie a quell’ultima donna, Suzan, che ha tenuto duro quando nessuno ci credeva.

[PGC]

 

 

Emergenza Sud Sudan:

la prima equipe medica al lavoro a Juba

 

Emergenza Sud Sudan:

AMREF denuncia una drammatica necessità

di servizi chirurgici e di strumenti e presidi ortopedici

 

amref.it  -  30 gennaio 2014

 

Dopo l’accordo per il cessate il fuoco firmato il 23 gennaio 2014, gli ospedali del Sud Sudan hanno un’estrema necessità di servizi chirurgici d’emergenza e di presidi ortopedici. Dei 7 reparti del Juba Teaching Hospital, 5 sono occupati dalle vittime degli scontri iniziati il 15 dicembre. Da quel giorno, nell’ospedale sono stati curati oltre 4.546 pazienti con ferite d’arma da fuoco. Le aree più colpite sono quelle di Bor, Bentiu e Malakal, capitali rispettivamente degli Stati del Jonglei, Unity e Upper Nile.

 

Dal luglio 2012, il programma AMREF Clinical Outreach lavora nei 10 Stati del Sud Sudan, raggiungendo 14 ospedali. Attualmente, il primo team di risposta all’emergenza è in campo, lavorando al Juba Teaching Hospital e fornendo il proprio supporto al campo della UNMISS (United Nations Mission in South Sudan).


Il team dell’unità d’emergenza comprende un ortopedico, un chirurgo generale e un anestesista.

 

Il figlio di un paziente, Abrahan Ayuen, racconta: “Ho portato mio padre qui al Juba Teaching Hospital con una ferita d’arma da fuoco alla gamba. Il 18 dicembre, durante un attacco da parte alla nostra comunità, eravamo tutti nella Bor County, Stato del Jonglei - è lì che sono nato e lì oggi ho il mio lavoro -. L'attacco è iniziato di notte dalle caserme di Panpan e Macuel. Nella mattinata, Catholic Relief, l’organizzazione per la quale lavoro, mi ha chiamato ed evacuato alla UNMISS. Ho dovuto lasciare indietro tutti i miei. A mezzogiorno, gli spari sono aumentati ed è iniziato un vero conflitto a fuoco, le persone scappavano da tutte le parti, i soldati hanno cominciato a correre verso la città e quindi attraverso il villaggio e i nemici li hanno inseguiti. E’ stato a questo punto che la sparatoria ha iniziato a coinvolgere gli abitanti del nostro villaggio. Uomini armati hanno cominciato a sparare contro chiunque fosse in giro. Mio padre e gli zii erano nei loro tucul e i bambini stavano giocando fuori delle case. Hanno sparato ai miei zii, mentre mio padre era in un'altra casa, quindi è uscito per aiutarli e gli hanno sparato alla gamba. Tutti i miei zii sono morti, erano dei civili e nessuno di loro era un soldato. I bambini sono scappati in tutte le direzioni; solo più tardi li abbiamo trovati, insieme alle nostre mogli, nella base della UNMISS. Hanno sparato anche ad alcune donne vicino a noi, persino ad alcune con il bambino sulle spalle, morti entrambi. Circa 45 parenti e amici sono stati uccisi nel villaggio. Quando alla fine la situazione è migliorata, con l’aiuto della UNMISS, ho portato mio padre a Juba. Ora qui è stato curato, ha dolori molto forti e deve ancora essere operato, dato che ci sono troppe persone in lista d’attesa. Ma oggi un infermiere mi ha detto che sono arrivati i dottori di AMREF e potrà presto essere operato, forse domani”.

 

 

Il dott. James Alfonse, uno dei pochi ortopedici presenti, spiega: “Al momento, abbiamo 110 pazienti in attesa di un’operazione e questo per noi è troppo. Dato che siamo solo 2 medici, posso eseguire 5 operazioni al giorno, considerando il tempo dedicato alle visite ambulatoriali e a seguire in corsia gli operati. Inoltre non abbiamo sufficienti presidi medici che aiutino il nostro lavoro e questo rallenta tutto il sistema”.
I pazienti ricoverati a seguito dei recenti scontri occupano tutti i 5 reparti; anche il reparto pediatrico è stato spostato in un’area più piccola per sistemare i feriti”, racconta la capo infermiera Mary Achol.


Molto diversa è la storia di Maluk Achiek, soldato di 38 anni di base nella Yei County dello Stato di Central Equatoria. “Sono di base nella Yei County, di notte alcuni dei soldati hanno disertato dalla SPLA (Sudan People Liberation Army) e hanno ordito un agguato, le pallottole schizzavano ovunque, sono poi fuggiti nella boscaglia, li abbiamo inseguiti ed è stato a questo punto che ho ricevuto due colpi nel braccio. Con me c’erano molti altri soldati, ma la maggior parte è stata uccisa. Mi sembra che solo 12 di loro sono stati portati all’ospedale la mattina seguente. La mia famiglia è al sicuro a Juba, nella caserma Mesitu. Io sono qui all’ospedale dal 13 gennaio, ma non ho avuto la possibilità di essere operato. Stamani l’infermiera mi ha detto che sono arrivati i medici di AMREF e domani finalmente potranno operarmi”.

 

 

Per aderire all'appello:
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Dramma in Sud Sudan:

annegano 200 persone in fuga dalla guerra

 

 

Tra le vittime ci sono tante donne e bambini:

il barcone che trasportava i civili in fuga dalla guerra

è colato a picco per il carico troppo pesante

 

    fanpage.it  14 gennaio 2014

Dramma in Sud Sudan: annegano 200 persone in fuga dalla guerra.

Circa duecento persone, civili in fuga dalla guerra che sta dilaniando il Sud Sudan, sono morti annegati quando l’imbarcazione che li trasportava è affondato. Un’imbarcazione colata a picco perché, a quanto pare, troppo pesante. La tragica notizia è stata data dal portavoce dell’esercito Philip Aguer, citato dalla Bbc. I civili stavano tentando di oltrepassare il Nilo, scappavano dai combattimenti in corso tra i ribelli dell’ex vice presidente Riek Machar e le forze del governo del presidente nella città di Malakal, capoluogo dello Stato nord-orientale dell’Alto Nilo. La città è considerata la porta verso i giacimenti petroliferi della regione dell’Alto Nilo e da giorni è nuovamente teatro di scontri violenti. Aguer ha parlato di “incidente” che è avvenuto domenica e che ha coinvolto “tra le 200 e le 300 persone fra cui molte donne e bambini”. Il portavoce ha spiegato che il barcone sul quale si trovavano le vittime era stracarico. I passeggeri – ha detto ancora – “sono affogati tutti”.

 

Continuano le proteste in Sudan

 

Domenica il governo ha detto che

non abbasserà il prezzo del carburante,

nonostante le proteste che vanno avanti da una settimana

 

ilpost.it - 30 settembre 2013

 

Proteste in Sudan  

 

Domenica migliaia di persone sono tornate a protestare a Khartum, la capitale del Sudan, per il settimo giorno consecutivo. Come nella settimana precedente hanno chiesto le dimissioni del presidente Omar al-Bashir, a causa delle politiche economiche di austerità che il governo sta adottando dal 2011 per evitare il collasso dell’economia nazionale. In particolare le proteste si sono dirette contro il taglio ai sussidi al carburante compiuti dal governo lunedì 23 settembre, che hanno provocato l’aumento di circa il doppio del prezzo di benzina e diesel.

Secondo il governo, negli scontri che ne sono seguiti tra manifestanti e forze di sicurezza sono morte 33 persone; secondo diversi attivisti e gruppi internazionali per i diritti umani, invece, le persone uccise sarebbero almeno 50, per lo più a Khartum. Le proteste, scrive al Jazeera, sono le più gravi nei 24 anni di storia del regime di al-Bashir.

 

Domenica il ministro dell’Informazione, Ahmed Bilal Osman, ha detto che il governo non ritirerà la decisione relativa al carburante, nonostante le grandi proteste e qualche disaccordo interno al partito al governo. Le dichiarazioni del ministro sono state una replica alle richieste dei leader religiosi islamici e dei dirigenti più riformisti del partito al governo a mettere fine all’aumento del prezzo del carburante. Numerose critiche sono arrivate anche per la reazione decisa che il governo ha avuto nei confronti di alcuni organi di informazione del paese: il quotidiano più grande del Sudan, Al-Intibaha, ha scritto sul suo sito web di essere stato costretto dal governo a sospendere la stampa. Altre riviste hanno interrotto le pubblicazioni, e le sedi in Sudan delle reti al Arabiya e Sky News Arabia sono state chiuse.

 

L’agenzia di stato ufficiale SUNA News ha riferito domenica che il ministro della Solidarietà Sociale, Mashair al-Dawlab, ha elaborato un piano di aiuti per circa un milione e mezzo di famiglie sudanesi, che prevede dai primi giorni di ottobre la concessione di 21 dollari circa a nucleo famigliare. Inoltre, citando il vice-ministro delle Finanze, al-Dawlab ha detto che il governo ha pronto un piano per un aumento dei salari nel settore pubblico.

 

Il governo sudanese aveva già ridotto parte dei sussidi al carburante nel luglio 2012, provocando parecchie proteste e scontri che erano andati avanti per diverse settimane. La situazione economica del Sudan è peggiorata dal luglio 2011, quando il Sud Sudan, prevalentemente cristiano, ha ottenuto l’indipendenza dal Sudan: in Sud Sudan è concentrato il 75 per cento delle riserve di greggio che prima erano gestite dal governo di Khartum. Perdere il territorio sud sudanese ha significato perdere anche molti dei benefici economici che la vendita di petrolio – principale fonte di reddito nazionale – garantiva al Sudan.